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17/08/2011 06:11 American Runs in 4 atti
Quindi, essendo anche periodo di New Year’s resolutions, ho deciso di “darmi una calmata”, cosa che ho fatto, nella costernazione generale di chi mi stava intorno. L’esperienza mi ha insegnato che “nella corsa non si improvvisa niente”, ma anche che “piuttosto che niente, meglio piuttosto” …quindi, a meno di un mese dalla gara, ho cercato di prepararmi a… limitare i danni il piu’ possible. Momento clou di questa mini-preparazione, il “lunghetto” a un paio di settimane dal grande evento: ore 12, sole a picco, un caldo mostruoso e un rettilineo infinito di fronte a me… al 13’ km dei 18 previsti, ho smesso di guardare il GPS, tanto ero disgustato dal ritmo che stavo tenendo. Avrei corso Miami senza badare al cronometro, per una volta l’obbiettivo sarebbe stato di godersi la gara. A rendere tutto ancora piu’ emozionante ci ha pensato un dente del giudizio, che ha pensato bene di cominciare a uscire proprio in quei giorni dalla gengiva dove se ne era stato tranquillo per 30 anni (ho detto TRENT’ANNI?! Aiuto!!!). Non avendo un’assicurazione degna di questo nome ho deciso di aspettare, passando notti insonni per due settimane per il dolore incessante (e per l’agghiacciante preventivo che mi avevano sparato per l’estrazione). Insomma, sono arrivato alla vigilia della gara in condizioni decisamente lontane da quelle ideali, ma un ottimo expo (dove mi sono comprato finalmente un paio di Newton), e una camera con vista mozzafiato su Miami Beach e il porto mi hanno tirato su il morale. Non che in camera ci sia stato molto: in America c’e’ la malsana abitudine di iniziare le gare a ore antelucane per non paralizzare le citta’ per troppo tempo (e negli stati del sud, per le temperature), e Miami ovviamente non fa eccezione: start alle 6.15, il che vuol dire, tra colazione/riscaldamento/entrata nelle gabbie, sveglia prima delle 4. Un grande aiuto lo da’ il clima, avere 20 gradi alle 4 di mattina in gennaio e’ un incentivo non da poco per scendere dal letto (per me, almeno). Quando esco in strada, a pochi metri dal deposito borse, gia’ migliaia e migliaia di runners hanno preso possesso di Downtown Miami…l’emozione e’ indescrivibile, voi lettori-podisti sapete bene di cosa parlo… Entro nella gabbia C, vicinissima allo start. Davanti a me, gli atleti diversamente abili e I top runners. Dietro, piu’ di 20.000 runners in allegra e ordinata attesa. Solo due attempate podiste, con la pelle grinzosa di chi passa l’inverno sotto le lampade abbronzanti, sgomitano per oltrepassare I nastri divisori e raggiungere la gabbia dei top runners, con l’aria di chi la sa lunga. Cerco di non avere pregiudizi, di non trarre affrettate conclusioni, magari la canotta tricolore che indossano e’ quella del Messico…niente da fare, appena si avvicinano una serie impressionante di volgarita’ e di inviti ad avanzare ulteriormente, sostenuti da motivazioni ineccepibili come “ma che ***** te ne frega, *****” le identifica come orgogliose rappresentanti del Belpaese. Per fortuna sul pettorale ho fatto stampare “Felipe” (de San Juan, Puerto Rico!), e posso fingere di non condividere nemmeno la nazionalita’ con simili esempi di acutezza, classe e stile. Inutile dire che , pochi secondi dopo lo start, le due “atlete” sono state inesorabilmente inghiottite dalla marea umana, ritrovandosi probabilmente nella zona che le si confaceva fin dall’inizio…ovviamente dopo aver intralciato qualche migliaio di persone piu’ veloci (e piu’ oneste) di loro. A una decina di minuti dal via, l’immancabile inno nazionale, con tanto di megabandiera a stelle e strisce…devo ammettere che la splendida voce nera nel silenzio assoluto, seguita dall’applauso di decine di migliaia di persone, e’ stata davvero emozionante. Finalmente, ore 6.15: GO!!!!! Percorro il primo rettilineo in trance, con le lacrime agli occhi per la felicita’, ragazzi quanto e’ bello correre??? QUESTO E’ IL MIO POSTO! Dalle scintillanti Downtown e Bayside svoltiamo sulla McArthur Causeway, il lunghissimo ponte che collega Miami a Miami Beach, passando davanti a Port of Miami. Dopo meno di un miglio, corro gia’ tranquillo con tutto lo spazio necessario, la stragrande maggioranza dei podisti e’ dietro…intravedo I top runners che hanno gia’ preso il volo, e mi godo il panorama pazzesco. Dietro di me, Miami; a sinistra, le isolette private degli straricchi della citta’, a destra il porto; e davanti, i grattacieli ancora illuminati di Miami Beach, il tutto incorniciato daller palme che fanno da spartitraffico. A South Beach, il percorso prosegue risalendo la mitica Ocean Drive, con I suoi hotel Art Deco, le macchine di lusso, i club e le spiaggie piu’ famosi del mondo…il tutto a pochi metri da vicoli poco rassicuranti, che fino a pochi anni fa erano semplicemente vietati ai turisti (a meno che non volessero partecipare a una sparatoria, dalla parte del bersaglio ovviamente). Proseguiamo verso la meno conosciuta North Beach, prima di imboccare la Venetian Causeway, un altro ponte tra isolette da sogno per tornare verso Miami. Tra l’estasi di correre in posti simili, e il tifo lungo il percorso, sto mantenendo una media nettamente migliore di quella prevista, e calcolo che continuando cosi’ riusciro’ a stare sotto l’ora e mezza, ovvero oltre 15 minuti peggio del mio personale, ma pur sempre un crono dignitoso, date le circostanze. Intorno all’undicesimo miglio vedo il museo del Bacardi (mentalmente annoto di farci una doverosa visita), ma soprattutto noto la fila terribilente lunga di fronte alla mensa dei poveri pochi metri piu’ in la’, a 5 minuti dai palazzoni a specchio con le piscine sui tetti e le Ferrari nei garage. Ormai e’ quasi fatta, sono ampiamente sotto l’1h30’ e mi concedo il boato dalle tribune facendo l’aeroplanino e incitando il pubblico (gli americani AMANO queste …americanate). Chiudo poco sopra 1h27, 123’ su 13519 finishers, e cerco di non pensare a come mi sarei piazzato se fossi stato al top della forma. Nel frattempo continuano gli arrivi, e mi godo lo spettacolo incitando soprattutto i maratoneti che hanno ancora 13 miglia da fare… Tra le note di colore, i Booster che la fanno da padrone, le Newton che…quasi, la moda di correre a torso nudo (prima che vi precipitiate ad iscrivervi all’edizione 2012, preciso che sto parlando di runners maschi!), e, tendenza comune a quasi tutte le gare americane, una maggioranza di partecipanti femminili, nella mezza 6850 a 6668 (ok, adesso potete precipitarvi ad iscrivervi!) Due settimane piu’ tardi, con un’assicurazione medica in piu’ e un dente del giudizio in meno, e’ tempo di Orlando Extreme Half Marathon, gara offroad in un parco naturale non lontano dalla costa atlantica. Stavolta la starting line e’ nettamente meno affollata, con un migliaio di persone al massimo , di cui molte iscritte alle concomitanti 5K e 10K. Il sole splende come sempre (non siamo mica nel Sunshine State per niente!) , ma un orrendo vento gelido in diretta dal Canada mi fa ripensare alle tante, tantissime gare invernali in Italia. Mi faccio coraggio pensando che per quanto freddo, sono comunque in canottiera a febbraio, e rabbrividendo inizio a scaldarmi. Ore 7.30 precise, pronti-via. Come spesso succede, i runners all’apparenza piu’ aggressivi e tecnologici finiscono nelle retrovie dopo 300 metri, mentre il classico atleta fino a quel momento invisibile s’invola ad un ritmo insostenibile, come un airone che fino a quel momento si era mimetizzato alla perfezione nel canneto di gambe della starting line (eh, che immagine poetica?!). “Mr.Airone” a parte, mi ritrovo nel gruppetto di testa, che dopo dieci Km si e’ ridotto a 2 persone oltre a me: un ragazzo dall’aria messicana con la canottiera dell’University of Florida e una triatleta con scaldabraccia multicolori e tantissimi stravaganti tatuaggi. Al 15’ km, il messicano aumenta il ritmo e io lo seguo, lasciando indietro la triatleta . Lancio uno sguardo alle mie spalle, e vedo che gli inseguitori sono abbastanza lontani...tutto puo’ succedere ancora, ma “zitto zitto che ci scappa il primo podio americano”. ;) Il mexican viaggia leggermente piu’ veloce e lo lascio andare, preferisco gestire la gara e difendere questo inaspettato terzo posto piuttosto che rischiare tutto...anche perche’ il primo e’ davvero irraggiungibile oggi. L’ultimo rettilineo e’ infinito, sono piuttosto stanco e il GPS segna gia’ oltre 22 Km...di tanto in tanto do’ un’occhiata alle spalle, qualcuno sta recuperando ma ho almeno 300 metri di vantaggio da gestire, e li mantengo fino al traguardo , felice e ancora stupito per questo risultato davvero non previsto. ? Aspettando le premiazioni noto che sono anche primo di categoria, e che ho corso nello stesso tempo di Miami un tracciato offroad e di almeno un km piu’ lungo...non mi resta che ritirare la targa e gli altri premi, brindare con una Cherry Coke, e ringraziare Dio. Fast-forward di un mese e mezzo, e sono a Sarasota, sul golfo del messico. Partecipero’ a questa 13.1 (o 21K) con due compagni d’eccezione: mamma Eliana e papa’ Brunello! Abbiamo passato una settimana fantastica nel sud della Florida, con tanto di sgambata a Orlando e Miami Beach, e come celebrare la nostra family reunion se non con una bella gara? Partenza prestissimo (come sempre) , panorami mostruosamente belli, ponti, palme, pellicani. Non tantissimi partecipanti (sui 2.000), ma pubblico caloroso e partecipe lungo tutto il percorso. Mi godo la gara e, anche grazie all’allenamento di questi ultimi mesi ,non soffro neanche tanto per mantenere una media dignitosa che mi porta a chiudere diciottesimo assoluto e settimo di categoria. Anche Ely fa una buona gara, Brun invece... vince la categoria a mani basse, aggiungendo quanche chilo di medaglia in valigia. ? Ma dopo 3 mezze, e’ il momento di una maratona intera. O meglio: in gennaio, una mia amica di Pittsburgh mi aveva invitato a correre con lei la sua prima maratona, e mi era sembrata una buona idea iscrivermi...5 mesi dopo, a 3 settimane dalla gara, non ne ero piu’ tanto sicuro! Ho fatto un “lungo” in extremis, con sensazioni non troppo catastrofiche, e sono partito alla volta della Steel City. La Pittsburgh Marathon esiste da solo tre anni ma ha avuto un successo pazzesco fin dall’inizio: quest’anno gli iscritti, tra 13.1 e 26.2, sono...diciottomila!
La sera prima della gara, mangiando una terrina di pasta a testa, ci guardiamo due volte il film/documentario "Spirit of the Marathon". La "motivation" e' alle stelle!!!
Tra nuvoloni scuri e temperature di 20 gradi inferiori a quelle della Florida, parto con passo tranquillo ammirando i palazzi di Downtown, i colossali stadi di 3 tra le squadre piu’ seguite negli States (Steelers,football; Penguins, hockey; Pirates, baseball), la periferia di case in mattoni rossi, la fabbrica della Heinz (si’, il ketchup!)...ma soprattutto lo spettacolo di persone che mi circonda, tra runners, un pubblico incredibilmente partecipe e una band musicale ogni poche centinaia di metri (sul percorso ce ne sono 60 – SESSANTA!). Il percorso e’ ondulato, a Pittsburgh ci sono piu’ di 300 ponti e noi ne passiamo buona parte, secondo me. Corriamo nelle zone piu’ varie, dalla zona ex-operaia (e adesso centro della vita notturna) di South Side, al campus dell’universita’, ai quartieri ricchissimi con le Bentely parcheggiate di fronte a ville immense, al ghetto con le case dai muri scrostati e le sbarre alle finestre. Per un giorno almeno, pero’ , non ci sono divisioni, e ovunque la gente sorride e spesso offre acqua, integratori, arance, birra (hey, ho letto “free beer”???). La creativita’ si manifesta anche sui cartelloni affissi lungo la strada, con decine di frasi divertenti che davvero aiutano a non sentire troppo la fatica, tipo “Run like you stole something” (Corri come se avessi rubato qualcosa), “Sweat is sexy” (il sudore e’ sexy), fino alle piu’ esplicite “move your a**!” (muovi il c**o!) o alle intraducibili “if your feet hurt, it’ because you kick ass”, il tutto con il contorno di continui incoraggiamenti, “way to go!” , “looking strong”, “keep the pace”, insieme al nome scritto sul pettorale (stavolta sul mio c’e’ “Philip”). Al 13 miglio la mia amica Lauren comincia a essere stanca, il ritmo che ha scelto forse era troppo allegro...le dico che la gara vera inizia adesso, ricevendo un’occhiata killer, e le raccomando di gestire le forze...ricevendo un’altra occhiata killer. ;) Decidiamo che lei cerchera’ di aggregarsi al prossimo gruppo di pacer, e io proseguiro’ aumentando il ritmo , ponendomi il (non impossibile) target di non peggiorare il mio personale di piu’ di un’ora. In realta’ mi sento bene e corro la seconda parte di gara sorridendo, soprattutto nei 3 km di discesa dopo il 20’ miglio, e un po’ meno sull’ultimo, ripidissimo ponte per rientrare a downtown. Chiudo in 3h27, ovvero “solo” mezz’ora sopra il mio (per ora) personale, il target e’ ampiamente raggiunto! ? Lauren arriva piu’ di un’ora e mezza dopo, dai suoi occhi intuisco che ha fatto ampia conoscenza con il “Muro del Maratoneta” e non faccio commenti azzardati se non per complimentarmi per il suo ingresso nel Club dei 42K. Da parte sua, prima (ovviamente) dice “mai piu’”, e poi si trascina fino al tattoo shop piu’ vicino per farsi tatuare “26.2” sul piede. ?
......e adesso? In Florida non ci sono piu’ gare fino a ottobre per il caldo impossibile (secondo loro, a me va benissimo!), quindi la prossima tappa potrebbe essere (lavoro e viaggi permettendo) la Rock-n-Roll Half Marahton a Chicago, o la L.A. marahton, o la Maui Half alle Hawaii...devo ancora decidere... ma vi terro’ aggiornati! ;)
Buone co(r)se a tutti
Filippo |